Il domani è già passato di qui.

Un mio articolo per i “I Pettirossi”.

 

Sono passati 27 anni da quello che la storia ha sancito come l’atto di morte del comunismo, e non solo nella sua variante sovietica. Quel 9 novembre del 1989 ha messo fine a quello che era, sì un braccio di ferro tra le due superpotenze del globo, ma anche e soprattutto lo scontro tra due visioni economiche diverse, tra due sistemi politici e sociali.  Due modi opposti di vivere la vita. Di concepirla perfino.

Molti dicono che sia stato il totalitarismo sovietico e le sue aberrazioni a porre la lapide sul realizzarsi delle teorie di Karl Marx. E probabilmente è vero.
Ma, al netto di questo, un dato resta ineccepibile: il comunismo è stato l’unico sistema alternativo al capitalismo che l’essere umano sia stato in grado di immaginare. E una volta chiuso il sepolcro, una volta accertata l’impossibilità di una resurrezione, la rivoluzione si è fermata.
I rivoluzionari hanno cambiato mestiere, e sono diventati rammendatori. Cucitori di toppe sui grandi buchi che le contraddizioni del capitalismo aprono sul volto dell’umanità. In una parola, riformisti.
Insomma abbiamo smesso di combattere per un’alternativa, e abbiamo iniziato a lavorare per rendere il predominio del capitale un po’ più sopportabile.
Un cambiamento del genere può avere alla base una sola, fallace consapevolezza: che la rivoluzione comunista sia l’unica rivoluzione possibile.

Non siamo, in definitiva, stati in grado di immaginare un nuovo sistema economico, politico, sociale e valoriale alternativo a quello attualmente dominante.
E abbiamo, oltretutto, ridotto la portata dei nostri sogni. La dimensione delle tematiche in gioco, prima di tutto. Quella che prima era una sfida per il sogno di un mondo più giusto, per una stessa concezione diversa di uomo, è diventata lotta circostanziale e contingente sulle tematiche più dolorose.
Senza un’idea nuova di società umana, senza un grande progetto per cui combattere. L’assalto al cielo è diventato guerriglia post-ideologica per la terra. Prima volevamo la luna, ora al massimo vogliamo una patrimoniale.
Eppure una lotta di riforma è evidentemente sguarnita di tutte le armi che hanno permesso al comunismo di dilagare nel globo. A partire da quell’energia vitale, quell’interiore e ancestrale consapevolezza che c’è qualcosa di tremendamente ingiusto nel mondo intorno a noi. Quella necessità umana di spiccare il volo e distaccarsi da una vita di sopravvivenza quotidiana.

Tutto questo è ancora dentro di noi, nella radice più profonda del nostro essere umani, latente come una timida fiammella che cova tra la legna umida. In attesa di un colpo di vento che la trasformi in incendio.
In attesa soprattutto di una nuova grande idea di mondo per cui combattere, di una nuova possibilità di esistenza.
Questo è quello che ci servirebbe, ma non quello che stiamo costruendo. Come fossimo in attesa di un nuovo profeta con la barba bianca.
Ma ci deve essere chiaro che rimarremo per sempre dei rammendatori, dei cucitori di toppe, senza il disegno di un grande domani, non per la nostra città, non per il nostro paese, ma per il genere umano.

Chi gode del crogiolarsi nella propria sopravvivenza, non può avere interesse per tutto questo.
Chi si sente solo invece, chi si sente inadeguato in questo mondo ingiusto, può chiedersi se davvero, 27 anni fa, per l’ultima volta, il domani sia passato di qui.

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