Sulla scissione del Partito Democratico

Sono passati quasi quattro anni da quando, per la prima volta, mi sono avvicinato al Partito Democratico. Anni in cui sono cambiate tante cose. Anni in cui dal Partito Democratico mi sono anche allontanato, ad esempio per sostenere la candidatura di Alexis Tsipras per la presidenza della Commissione Europea.

Nel 2013 avevo diciassette anni, un momento della giovinezza in cui le passioni forti ed i grandi sogni diventano l’unico orizzonte concepibile, e il compromesso ha sempre un amaro sapore di sconfitta. Difficile, per un partito ampio e plurale come il PD, essere espressione di quegli orizzonti.
Eppure ancora oggi, nel mio portafoglio, ogni giorno, porto con me quella prima tessera che feci quasi quattro anni fa. La conservo perché mi ricorda come, nell’impeto degli anni più ribelli, ero arrivato a compiere quella scelta.
C’era qualcosa, qualcosa di profondamente toccante in quella “Italia. Bene Comune”. C’era qualcosa di realmente forte in quel Pierluigi Bersani che poco prima aveva aperto una stagione politica con grandi parole di significato: “La Sinistra è l’idea che se guardi il mondo con gli occhi dei più deboli puoi fare davvero un mondo migliore per tutti”.
Quel qualcosa, era la concreta possibilità di vedere, anche solo un poco, la trasformazione della società secondo giustizia.

Oggi mi chiedo, cosa è rimasto di quella “Italia Giusta”?
Vedo tanto di quello che per anni avevamo combattuto, che viene proposto, o peggio, realizzato, dal Partito Democratico. La modernizzazione e il ricambio generazionale, sono stati la maschera per la rottamazione della Sinistra. Come se stare al passo con i tempi e le aspirazioni di governo significhino abbandonare i valori da cui siamo partiti.
Ma questa non è stata solo una degenerazione dei contenuti, ma anche dei modi, del linguaggio, della concezione della vita comunitaria.
Il rispetto, ha lasciato il posto al “ciaone”.
Il dialogo, la reciproca contaminazione, ha lasciato il posto ad un autoritario silenzio.
L’analisi e la riflessione profonda sulla realtà, sull’evoluzione della società, sul progresso della cultura umana, alla frettolosa retorica del fare per vincere.

In questi giorni drammatici ho assistito al culminare di anni di insulti; Che come il “Fassina chi”, non potevano concludersi in un modo diverso.
La verità più dolorosa di tutte, è che all’ormai ex segretario del Partito Democratico questa scissione compiace. Oggi nella sua enews si legge: “ci è stata fatta una richiesta inaccettabile: si sarebbe evitata la scissione se solo io avessi rinunciato a candidarmi”.
Io non sono di certo un fan di Michele Emiliano, ma mentre parlava al teatro Vittoria ero presente. In queste righe, manipolazione grottesca di titoli d’agenzia, scritte per nascondere le reali ragioni del trauma di un partito, si legge quanto siamo caduti in basso.

Come insegna il Maestro, spesso bisogna essere un po’ eretici.
Personalmente non sono mai stato membro di nessuna corrente. Ho sempre lavorato per le idee che ritenevo più giuste, a prescindere da chi le proponesse, e con le persone che ritenevo più abili. Sono sempre stato oggettivo, su quanto di buono o di profondamente sbagliato ha fatto il Governo Renzi.
Ma non posso restare a guardare mentre si sputa su una cultura politica. Sulla mia cultura politica.
Come questa impone, non ci saranno mancanze di rispetto, non ci saranno Ciaoni, ma lo stesso stile di sempre, in una sfida per i valori fondanti della Sinistra.
E se in futuro mi verrà imposto, forzatamente, di scegliere tra la comunità cui appartengo, o lo scranno che occupo, e la coerenza con le mie idee, con dolore, come altri nobilmente stanno facendo, ancora una volta ma in senso contrario, prenderò la via delle emozioni forti e dei grandi sogni.

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